Il ringraziamento di un medico palliativista a David Bowie

Pubblichiamo la lettera che il Dr. Mark Taubert, Consulente di Cure Palliative presso Velindre NHS Trust Hospital di Cardiff, ha scritto a David Bowie dopo la sua morte.

 

Caro David, oh no, non dirmi che è vero; la consapevolezza della tua morte sprofondava in quelle grigie, fredde giornate di gennaio, mentre molti di noi andavano avanti nel loro lavoro quotidiano.
All’inizio di quella settimana, in ospedale, ho avuto una conversazione con una paziente, che sta affrontando la fine della propria vita. Abbiamo discusso della tua morte e della tua musica, e questo ci ha portato a confrontarci con molte questioni pesanti, che non sempre si toccano in modo diretto con una persona che sta affrontando la propria dipartita. In effetti, abbiamo usato la tua storia come scusa per parlare in modo aperto della morte, tema che molti medici e molte infermiere trovano difficoltoso introdurre nelle conversazioni. Ma prima di addentrarmi nel dialogo suddetto, vorrei dirti alcune cose che mi vengono dal cuore, sperando che tu non le trovi di una noia e di una tristezza mortali.

Grazie per Lazarus e Blackstar. Io sono un medico palliativista e quello che tu hai fatto in prossimità della tua morte, ha avuto un profondo effetto su di me e su molte persone con cui lavoro. Il tuo album è zeppo di riferimenti, indizi e allusioni. Naturalmente non è facile interpretarlo, ma forse questo non è il punto. Ho sentito spesso quanto fossi meticoloso nella tua vita. A mio parere, il fatto che la tua morte, avvenuta delicatamente, a casa, abbia quasi coinciso con l’uscita del tuo album, col tuo messaggio di commiato, è improbabile che sia una coincidenza. Tutto ciò è stato abilmente pianificato, per diventare un’opera d’arte sulla morte. Il video di Lazarus è molto profondo e molte delle sue scene significheranno cose diverse per tutti noi; per me rappresenta il confrontarsi col passato quando si deve affrontare una morte ineluttabile.

La tua morte a casa. Molte delle persone con cui parlo per lavoro, pensano che la morte avvenga per lo più in ospedale, con un setting clinico molto preciso, ma io suppongo che la tua morte a casa sia stata una scelta e che tu ne abbia pianificato i dettagli. Questo è uno dei nostri scopi, nelle cure palliative, e la tua capacità di avere raggiunto questo obiettivo può significare che anche altri lo vedranno come un’alternativa. Le fotografie che sono uscite a pochi giorni della tua morte, si dice fossero state scattate durante la tua ultima settimana di vita.   Non so se sia vero, ma sono certo che molti di noi vorrebbero avere lo stesso portamento, con una giacca attillata, che hai tu in quelle foto. Sembravi in forma splendida, come sempre, come se sfidassi apertamente quei mostri spaventosi a cui di solito vengono associate le ultime settimane di vita.

Per il piano di controllo dei sintomi, probabilmente hai avuto il consiglio di professionisti di cure palliative, per il dolore, la nausea, il fiato corto, e immagino che abbiano fatto bene il loro lavoro. Mi figuro che abbiate anche discusso di tutte le tue afflizioni emotive.

Per il tuo piano di cure avanzato, il piano salute e le decisioni da prendere prima che le cose peggiorino e prima che si sia incapaci di comunicarle, sono certo che tu abbia avuto tante idee, espresso aspettative, preso decisioni preventive e fatto stipule. Avrai lasciato tutto nero su bianco, in modo chiaro, accanto al letto, a casa, così che tutti quelli attorno a te sapessero cosa volessi, anche nel caso non fossi stato in grado di esprimerlo. Questo è un ambito che non solo i professionisti di cure palliative, ma anche quelli che si occupano di assistenza medica in genere, vogliono migliorare, affinché accada meno di frequente che qualsiasi problema medico finisca con una corsa in un’ambulanza e l’accettazione in qualche pronto soccorso. Soprattutto quando le persone diventano incapaci di parlare per sé.

E dubito che ti abbiano fatto la rianimazione cardiopolmonare nelle ultime ore o giorni della tua vita o che l’abbiano presa in considerazione. Purtroppo, alcuni pazienti che non hanno espresso apertamente il desiderio di non volerla, continuano a riceverla, di prassi. Questo significa subire compressioni fisiche e a volte rottura delle costole, shock elettrico, iniezioni e inserimento di cannule, eppure ha successo solo sull’1-2% dei pazienti il cui cancro si è sparso ad altri organi.

E’ molto probabile che tu abbia chiesto al tuo team medico di emanare un ordine di non rianimare. Posso solo immaginare come sia stato discuterne, ma ancora una volta tu sei stato un eroe, anche in un momento così difficile della tua vita.  E i professionisti che ti hanno seguito, avranno avuto grandi conoscenze e abilità nella somministrazione delle cure palliative e delle terapie del fine-vita. Purtroppo, questa parte essenziale della formazione non è fornita ai giovani professionisti sanitari, inclusi i medici e le infermiere. Chi è responsabile della loro formazione a volte sorvola, o non vi vede alcuna priorità. Penso che se tu tornassi in vita, come fece Lazzaro, saresti un risoluto difensore della necessità di rendere fruibile la formazione in cure palliative, ovunque.

Quindi, tornando alla conversazione che ho avuto con la signora che ha recentemente avuto notizia che il cancro che aveva si è ancora più esteso e che probabilmente non vivrà più di un anno o giù di lì. Lei mi parlava di te, amava la tua musica, ma per qualche ragione non era particolarmente impressionata positivamente dal tuo travestimento da Ziggy Stardust: non capiva se fossi un uomo o una donna. Anche lei aveva ricordi di luoghi o accadimenti per cui tu avevi fornito una peculiare colonna sonora. Poi abbiamo parlato di cosa fosse una buona morte, dei momenti della morte e di come sono. Abbiamo parlato delle cure palliative e di come possono aiutare. Mi raccontò della morte di suo padre e di sua madre, e che voleva essere a casa quando le cose sarebbero peggiorate, non in un ospedale o in un pronto soccorso, ma che sarebbe stata felice di andare in un hospice del luogo, se i sintomi fossero stati troppo complicati da gestire a casa.

Entrambi ci siamo chiesti chi ti fosse accanto quando hai esalato l’ultimo respiro e se qualcuno ti stesse tenendo la mano. Credo che questo fosse un aspetto di grande importanza della visione che lei aveva dei momenti della sua morte e tu le hai dato il modo di confidare a me, un perfetto sconosciuto, questi desideri personali.

Grazie.

L’articolo originale lo puoi leggere su BMJ, Supportive & Palliative Care, una rivista internazionale per medici, ricercatori e altri operatori sanitari che operano dove le cure di supporto e palliative vengono praticate.

2 Comments

  1. Lauretta

    ….grazie di cuore
    grazie per farci capire
    quanto sia inutile correre ai ripari
    quando la miglior cosa è stare più vicini alla vita stessa…. che vuoto dentro!!

    • theperfectcirclefilm

      C’è un tempo per lottare contro la malattia e un tempo per curare la persona, per cercare tutti di dare un senso ad un evento, la morte, per cui nessuno è veramente preparato. Bisognerebbe saperlo fare sempre di essere vicini alle persone che amiamo, ma purtroppo è proprio quando la vita ci sfugge dalle mani che ce ne rendiamo conto. Siamo umani, va accettata anche questa fragilità. Un abbraccio

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