The Perfect Circle a Helsinki

Giovedì 28 gennaio 2016, The Perfect Circle ha debuttato in Europa con la sua premiere a DocPoint, Festival Internazionale del Documentario di Helsinki, curato da Ulla Simonen, produttrice di talento straordinario e di grande generosità. Ecco il diario di viaggio di Claudia Tosi in trasferta nel profondo nord.

 

Ulla Simonen fu mia mentore alla Berlinale Talents del 2015, ma non le dissi che avrei mandato The Perfect Circle ai suoi selezionatori, per pudore e correttezza. Così, quando mi scrisse personalmente per invitarmi, mi ha davvero emozionata. La sua era un’email personale e contemplava la possibilità che non accettassi, cosa invero del tutto improbabile. Ero a Mostar, a girare un altro film ed era agosto. Faceva un caldo pazzesco e l’idea di andare ad Helsinki mi rinfrescò le idee. Mi sembrava il luogo adatto in cui portare il film, un festival delicato, dall’atmosfera confidenziale e umana.

Così, in un non freddissimo pomeriggio invernale finlandese, mi sono trovata in una sala dallo schermo favoloso e ho assistito ad una proiezione perfetta.

 

Sembrano sciocchezze, ma vi assicuro che durante le proiezioni ho il terrore costante che qualcosa si inceppi, come in effetti era già accaduto a Bari e Trieste. A Bari fu tragico, a Trieste solo un saltino del Blue Ray, ma si possono perdere anni di vita e risulta poi impossibile proseguire nella visione con serenità.

Ad Helsinki debuttava il DCP internazionale, una diavoleria a forma di hard disk nudo, conservato in una valigetta di plastica nera, tipo Pelikan, di quelle imbottite, che fanno tenerezza per le dimensioni mignon.

Il suono, per la prima volta, era un 5.1 perfetto e mi ha colpita allo stomaco dall’inizio alla fine. Ho sentito ogni sussurro, ho colto la pazzia maniacale del sound designer, un marcantonio di due metri, serbo di origine, olandese di recente adozione e con una marcata impronta berlinese che si coglie dal suo total look nero ed essenziale, squatter autentico e non all’ultimo grido.

Vi parlerò di lui in futuro. Di Vladimir, intendo.

 

Dalla mia posizione cercavo di muovermi il meno possibile, ma ruotavo le orbite degli occhi per capire come stesse reagendo il pubblico. Erano attenti. Quasi sincronizzati nello sporgersi in avanti o nel sistemarsi sulle poltrone. Secondo il metro di Walter Murch, montatore di Apocalypse Now e padre dei montatori moderni – vi consiglio la lettura di “In un batter d’occhi” – questo è un sintomo incoraggiante, indica chiarezza nel racconto. Almeno questo.

Alla fine della proiezione, un caldo applauso ha sciolto l’emozione e introdotto il Q&A, Questions and Answers. Non ci aspettavamo interventi dal pubblico: i finlandesi, generalmente, sono persone riservate, che non si tirano indietro se interrogati, ma sono difficilmente intraprendenti nelle conversazioni.

Invece un bel signore che sembrava alto, con la voce rotta dall’emozione, ci ha raccontato di suo padre e delle ultime tre ore passate con lui.

 

“Vedere Ivano nel film mi ha fatto pensare a mio padre. Eravamo nella sua stanza d’ospedale e chiacchieravamo di tutto e di niente. Non sapevamo che sarebbe stata l’ultima chiacchierata. Lui respirava a fatica per il tumore ai polmoni. Il suo respiro era rumoroso. Ci siamo messi a guardare le news, come al solito, poi me ne sono andato e sulla via di casa avrei voluto fermare tutti e chiedere se si rendessero conto di quanto ci sia facile respirare. Poi non lo feci. Mi avrebbero preso per matto. Il giorno dopo non si è svegliato. Quella è stata la sua ultima conversazione. Grazie per questo film“.

Abbiamo continuato a parlare con altri spettatori fino alla chiusura, ma uscita dalla sala, non riuscivo a smettere di pensare all’abitudine del respiro. E’ talmente facile, finchè non lo è più.

Alla tradizionale festa in sauna del Festival, ho preso il coraggio a quattro mani e dopo che il mio corpo aveva raggiunto una temperatura simile a quella del sole, sono corsa, vestita con un solo asciugamano, a gettarmi in un lago ghiacciato. Era buio, c’era pace, la città sembrava lontana e tutto era silenzioso. Il mio respiro era passato dalla lentezza, in sauna, alla grande velocità, nel lago ghiacciato.

L’ossigeno mi sembrava quasi palpabile, ne sentivo ogni atomo ed io ero incredibilmente viva e mi sono ripromessa di esserlo fino a che non lo sarò più.

 

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