Il mio Cerchio Perfetto

strada

Un film documentario non nasce quando si prende in mano la telecamera e si inizia a girare, ma non può essere, se non si gira. Certamente, prende forma nella sala di montaggio, ma non nasce nemmeno lì e neppure sulla carta, con buona pace di chi vuole convincermi del contrario.

Quando scrivo e riscrivo, mi preparo all’incontro traumatico con il mondo che voglio mostrare e con la spaventosa sincerità della timeline di montaggio, che non ti perdona, se la sfilza di immagini che hai messo in fila non funziona. Non si può domare un film con la scrittura, si possono semmai esplorare delle possibilità, ma non è detto che ti riporti a casa quando le immagini non ti parlano più.

Sybille Kurz, una psicologa tedesca che spesso incontriamo per prepararci ai pitching, ovvero le presentazioni ai possibili finanziatori dei nostri film, e che ci aiuta a raccontare in modo convincente i nostri progetti, mi dice sempre: ”Quando ti perdi, torna a dove tutto è iniziato, all’emozione che ti ha spinta in questa avventura. Lì ci sono le risposte, perchè è lì che nato il film. Da un’emozione”. Anche Heidegger diceva qualcosa di simile. Die Sorge. L’origine. Tornare all’origine.

Durante la realizzazione di The Perfect Circle mi sono persa spesso e, quando me ne rendevo conto, non tornavo al momento in cui avevo pensato di iniziare quest’avventura, ma sui banchi del liceo.

Tornavo a quella poesia che mi aveva fatto innamorare della Poesia e che dai miei sedici anni in poi, mi è sempre ronzata in testa, “A Valediction: forbidding mourning” di John Donne.

E’ una canzone sull’addio che paragona la coppia ad un compasso. Andarsene, anche per sempre, è un’estensione naturale di se stessi verso l’oggetto del nostro amore. La trovavo un’immagine potentissima e fortemente consolatoria. Ci fantasticavo quando un amore finiva, quando partivo per un lungo viaggio e anche quando la vita di mia madre cominciò ad essere appesa ad un filo.

Quando morì, le feci scolpire sul marmo due versi dell’ultima stanza di quella canzone: “Thy firmness makes my circle just and makes me end where I begun”. Che poi, una parente, di quelle che devono sempre impicciarsi, mi fece sapere, attraverso un’altra parente, che nella frase c’era un errore ortografico. Evidentemente non aveva familiarità con l’inglese del ‘600. I versi dicono “La tua fermezza rende il mio cerchio preciso e mi fa finire laddove sono partito”.

Chi si ama è come le due gambe del compasso e finchè l’una è ferma, l’altra può andarsene per il mondo o in un altro, ma le loro teste saranno comunque protese l’una verso l’altra e saranno come un’anima sola che traccia un cerchio perfettto. Un po’ sopra a questi versi c’è una stanza bellissima:

 

Dull sublunary lovers’ love
Whose soul is sense—cannot admit
Of absence, ‘cause it doth remove
The thing which elemented it.

 

“Dull sublunary lovers’ love”. Che verso potente! “Stupido amore degli amanti sublunari che si fonda sul senso e non ne accetta l’assenza”. Siamo nel ‘600 e ancora sopravviveva l’obsoleto sistema tolemaico che distingueva il cosmo in una sfera sublunare, l’atmosfera terrestre, imperfetta e composta dai 4 elementi, e in una celeste, quella dei pianeti, composta di etere, elemento perfetto ed immutabile. Amore fondato sui sensi, che patisce l’assenza.

Quando mia madre morì, dovetti misurarmi con la prospettiva di sopravvivere a quell’assenza e la poesia mi aiutò a trasformare l’assenza in una presenza. Questo avrei voluto metterlo in un film, ma non era ancora tempo.

Quando conobbi l’hospice Casa Madonna dell’Uliveto di Montericco, capii che quello sarebbe stato il luogo in cui cogliere il passaggio dall’assenza alla presenza.

Aiutare ad accettare la morte come parte della vita, non significa forse aiutare a colmare il vuoto che lascia la morte?! Ridurre il dolore e spostare la speranza su obiettivi raggiungibili non significa forse riconciliare le persone con la vita e farne cogliere la continuità anche nella morte?! Dopo 2 anni di scrittura, andai all’hospice, con un direttore della fotografia, per catturarne la quotidianità.

Ma ancora non c’era il film, nonostante la scrittura e il girato.

C’erano belle immagini, un’esperienza di vita meravigliosa accanto a Carla, Meris, Ivano, Mario e ai professionisti dell’hospice, ma il film non aveva ancora il suo universo, il suo centro di gravità.

Fu nella corrispondenza con un infermiere, Nicola, che conobbi ad un Convegno di cure palliative, che lo trovai. Nicola aveva raccolto messaggi che si scambiavano i suoi pazienti terminali. Era infermiere palliativista domiciliare e messaggero, al tempo stesso. Un giorno vi mostrerò un po’ di quelle lettere bellissime. In una di queste, leggevo:

 

Caro L.,
ieri riflettevo sull’acqua, ho letto su internet che il nostro corpo è composto da circa il 70% di acqua. Alcuni organi ne contengono di più e altri meno, come il sangue e il midollo circa l’85% e indovina il cervello? Il cervello è composto dal 99% di acqua. Sembra impossibile ma è così. Quando moriremo la nostra acqua tornerà nel ciclo delle acque. Ho guardato un bicchiere d’acqua tutta la mattina, cosa è stata prima quest’acqua? cambia significato anche la pioggia. Ciao e a presto, N.

 

Se questo non è un cerchio perfetto… Forse è in quel preciso momento che il film è nato.

L’incontro dell’emozione che mi dava John Donne, delle immagini che avevo girato in hospice e della sensazione confortante di eternità che mi dava questa immagine dell’acqua, così carica di significati, ha fatto scattare la scintilla che ha generato il Big Bang di The Perfect Circle. Per un po’ ho anche pensato che avrei dovuto girare più storie, perchè mi sembrava di non avere abbastanza materiale, perchè mi sembrava che tutto fosse troppo impalpabile, ma l’hospice mi ha insegnato il silenzio, l’ascolto, il mettere al centro la persona e quei piccoli impercettibili gesti che ci raccontano di lei, mi ha insegnato a non chiedere, a non provocare, a farmi da parte.

Ripensai alle parole di Jacques Bidou, un produttore francese che stimo moltissimo, che mi disse: “Mi raccomando, Claudia, prima viene il tuo protagonista, poi il tuo volere”. Così è nato questo film un po’ silenzioso, ma che dà grande spazio al non verbale, non offre spiegazioni e mi fa sentire come una gamba di quel compasso.

Che poi, forse, vuol dire darsi un senso, quando la vita sembra non averne.

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