Ivano e Meris

“Non pensi di avere aggiunto dolore ad una situazione già dolorosa, violando con la telecamera l’intimità delle stanze dei pazienti?”, mi ha chiesto una signora, dopo una proiezione.

 

Penso spessissimo a quella domanda. Chi dice che i protagonisti si abituino alla telecamera mente, perché la telecamera non è invisibile e la troupe nemmeno; modificano le relazioni e tolgono spazio e intimità. La domanda, però, riguardava il dolore.

Avevamo aggiunto dolore? Mario, uno dei protagonisti, giura di no. Vi racconto com’è andata.

 

Prima di andare a girare all’hospice Casa Madonna dell’Uliveto, mi sono preparata per due anni. Avevo individuato un protagonista perfetto, un medico di base palliativista di grande umanità e creatività. Purtroppo, pochi giorni prima dell’arrivo di Brand, il direttore della fotografia, già in viaggio dalla Macedonia, il dottore mi comunicò, con grande dolore, di non poter prendere parte al progetto. Era emotivamente e fisicamente esausto.

Fino a quel momento la parola “burn out” non aveva mai assunto una parvenza così concreta. Lui si schiariva la voce continuamente, come se cercasse di ricomporla, ma il suono usciva sempre irrimediabilmente spezzato e gli occhi erano umidi, brillavano di malinconia. Sembrava che ogni parola e ogni frase gli suscitassero un’insostenibile emozione e che lui fosse talmente esausto, da non riuscire nemmeno a reggere il peso della felicità dell’arrivo di una nipotina.

Eravamo seduti in una panchina del giardino dell’hospice, mentre ne parlavamo, e lui era appena riuscito a salvare in extremis una paziente con un blocco intestinale, grazie ad un farmaco per cardiopatici, che aveva come controindicazioni un potente effetto lassativo. Quando la coperta è corta devi usare tutti gli strumenti che puoi e, per fortuna, quell’azzardo funzionò, che significa che la sua paziente ha continuato a vivere, ad abbracciare i figli, a baciare il marito, a guardare le sue rose in giardino per molti mesi, oltre “la data di scadenza” che le avevano comunicato in oncologia.

Lo tranquillizzai. Avremmo potuto sfruttare quella prima sessione di riprese per fare un trailer e cercare un nuovo protagonista, un’infermiera, magari.

Ma, dentro di me, mi dicevo che lui ci avrebbe ripensato. Ovviamente, non fu così.

 

Mi misi a gironzolare tra le stanze, in punta di piedi, per vedere cosa avremmo potuto girare e se ci fosse qualche paziente disposto a stare con noi. Era Pasqua.

Andai e mi presentai ad un signore anziano e burbero, Ivano.

 

Chiacchierammo per un pomeriggio intero del più e del meno. Sua moglie, Carla, era davvero paziente con lui, perché Ivano non perdeva occasione per dare a me, o a lei, stoccatine su ogni cosa. Poi ritrattava e diceva “Si fa per dire…”, ma intanto lo aveva detto. Sembrava stare bene, ma aveva spesso delle forti fitte. Torceva la bocca, poi dava un colpo di tosse e beveva dalla cannuccia la sua acqua e menta, per non sentire il saporaccio che la chemio gli aveva lasciato.  Si schiariva la voce e ripartiva. Era un fiume in piena.

Tornai anche il giorno dopo e quello seguente. Nonostante il suo fare burbero, mi sentivo a mio agio con lui, come se parlassimo la stessa lingua. Lui era uno della collina, io della campagna. Non c’era da stupirsi che fossimo così diretti e senza fronzoli, nel comunicare. Forse a qualcuno saremo anche sembrati un po’ ruvidi, ma a volte l’affetto, noi lo si esprime così.

Fu a quel punto che gli chiesi se fosse disposto a farsi riprendere. Non gli garantii che sarebbe stato proprio nel film, ma almeno nel trailer. “Di cosa parla questo tuo film?”, mi chiese. Rimasi sul vago, perchè c’erano parole che non volevo pronunciare :”…della quotidianità nell’ hospice, per aiutare le persone a non averne timore”, gli risposi.

Mentre gli spiegavo, pensavo ad ogni parola, la soppesavo bene e mi sembrava di scivolare su una lastra di vetro. In hospice mi avevano dato una grandissima libertà, ad un patto, che rispettassi la centralità del paziente e non facessi nulla che potesse incrinare equilibri che potevano essere fragilissimi. Quindi, che io restassi in stanza o me ne andassi, dipendeva dal paziente, non dal mio desiderio.

Non dovevo rassicurare, né indagare le condizioni di salute, né promettere nulla che non potessi mantenere, ma soprattutto dovevo fare molto silenzio e lasciarmi guidare. Mi sembrava impossibile poter fare un film a queste condizioni, per di più senza uscire mai da quelle stanze, per questo pensavo ad un protagonista che fosse un medico o un’infermiera.

Lui mi fissava in silenzio e io aspettavo la sua risposta. Mi sembrava che ci fosse un’intesa ed ero quasi certa che avrebbe accettato. Poi mi disse: ”No. Non c’è dubbio che io sia in questo film”. Questo chiudeva la questione.

Gli chiesi se potessimo rimanere amici e lui annuì. Aveva la bocca ben serrata e i bordi all’ingiù. L’indomani, passai da lui, ma solo per pochi minuti, perché dovevo incontrare una signora che avrebbe avuto piacere di essere nel film, Meris. Con lei c’era la figlia.

Meris era uno scricciolino magro, coi capelli cortissimi e un’aria molto distinta.

 

Il personale dell’hospice era completamente innamorato di lei. Era una donna che sapeva farsi voler bene, tanto che il suo calendario delle visite era pieno di prenotazioni per tutto il mese, ed eravamo solo all’inizio. Conobbi anche suo marito, Mario, un signore simpaticissimo, con la battuta sempre pronta e una delicatezza sorprendente. Si era preso un’aspettativa dal lavoro per stare con lei. Questa donna era una catalizzatrice di persone favolose.

Emerse subito che Meris aveva lavorato in un negozio di tessuti e amava la moda. Io ci avevo lavorato per qualche anno, in gioventù, nella moda, così quello fu il primo dei nostri argomenti. Quando feci la valigia per andare in hospice con Brand, ci misi dentro tutti i miei pezzi migliori, per fare colpo su di lei. E questo funzionò, soprattutto per una maglia di Krizia che è ancora la mia preferita e che lei, non resistendo, analizzò da capo a piedi, per capire che diavoleria di punto si fossero inventati.

Meris ebbe la stessa idea, perché costrinse il marito e le figlie a portarle in hospice dei golfini e un paio di scialli molto eleganti e colorati. Non mi sarei stupita di trovare nel suo armadio qualche pezzo ispirato ai modelli e alle fantasie della Di Camerino o di Missoni. Meris, come mia mamma, collezionava le riviste coi cartamodelli e aveva la casa piena di scampoli che trasformava in abiti favolosi, appena le veniva l’ispirazione e disponeva di un po’ di tempo libero.

Brand arrivò e, finalmente, potemmo iniziare a girare. Non andai a trovare Ivano per un paio di giorni. A Meris piaceva farsi riprendere e sperava che noi filmassimo tutti i suoi parenti ed amici. La psicologa mi disse che era come se si consegnasse all’eternità, ma non per vanità.

Un giorno, Ivano mi vide passare nel corridoio e mi urlò: “Regista!”. Mi fermai ed entrai a salutare. E lui: ”Dov’eri finita? Ti ho aspettata in questi giorni”. Gli spiegai che una signora molto più simpatica di lui aveva accettato di essere la nostra protagonista. Allora lui si fece serio, ci pensò su un po’ e con aria di sfida mi disse: “Dai, chiedimi ora se voglio essere il tuo protagonista, vediamo cosa ti rispondo oggi”. Scossi la testa e gli dissi: “Due giorni fa, sarebbe stato gratis, perchè ero io a chiedertelo, se tu mi chiedi oggi di farti delle riprese, io te le devo far pagare. Ce li hai i soldi?!”.

Ivano mi fece un sorriso così grande, che la faccia gli si illuminò come vidi solo un’altra volta in quei giorni.

 

Avevo trovato i miei protagonisti, o meglio, loro avevano arruolato me. Ivano, il burbero e la dolce Meris, due persone che non potevano essere più lontane di così. Lui arrabbiato e lei in accettazione di un destino che sembrava punirla per una vita troppo serena e troppo piena d’amore.

No, non aggiungemmo dolore.

 

 

Rispondi