“Questo film è pura poesia” M.W.

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Mina Welby mi prese le mani e mi fece un sorriso dolcissimo, poi mi disse: “Questo film è pura poesia”.

E’ la prima cosa che mi viene in mente, se penso alla proiezione del 4 aprile al Parlamento. Poi indugio un po’ su quel ricordo, scorro da quella mano sulla mia, verso il suo viso, e vedo il tutore che contiene il braccio incidentato, il golfino sulle spalle e poi quel viso solare e vivacissimo, sereno, in pace.

Mina Welby è uno scricciolino, ma emana un’energia e una passione per la vita pazzesche. L’avevo notata non appena mi sono seduta in fondo all’auditorium, accanto all’uscita, come faccio sempre al cinema. Era nel primo scranno, dall’altra parte del corridoio. Ogni tanto mi giravo per vedere le sue reazioni e la sua grande attenzione mi lusingava, sebbene fossi preoccupata che il film le riportasse a galla il dolore. Invece, le prime parole che mi disse furono: ”Questo film è pura poesia”.

Abbiamo scambiato qualche parola, mi ha detto che stava per presentare un film su Piergiorgio e che le sarebbe piaciuto che anche io andassi, ma le dissi che, purtroppo, il giorno della proiezione sarei stata al lavoro.

Poi non ricordo più nulla, perché ero catturata dal suo sorriso e la sua voce era un suono dolce e rassicurante, che avrei ascoltato per ore e che mi distraeva dalle parole che pronunciava. L’ho accompagnata alla porta perché, a causa del braccio incidentato, non poteva reggersi al passamano. Sarebbe dovuta stare a casa in convalescenza, ma “per me era troppo importante venire”, mi disse. Ero piena di gioia per la sua presenza.

Le sue battaglie e l’effetto devastante del dolore, che era riuscita a trasformare in azione politica, la rendono una vera eroina ai miei occhi. Poi si è allontanata e io sono rimasta sulla porta a salutare gli ospiti e a posare in qualche fotografia.

C’era un’atmosfera festosa, che è quella che si respira sempre, alla fine delle proiezioni e delle chiacchiere post-visione, nonostante il film, sulla carta, minacci dolore come il cielo plumbeo di nuvole gravide, prima dei temporali.

Durante il ritorno a casa, in treno, cercavo di ripercorrere la giornata, ma era impossibile.

Ovunque mi girassi, c’erano partecipanti alla proiezione e si chiacchierava, come si fa al ritorno dalle gite, si rideva, nonostante la stanchezza, e ci si faceva venire nuove idee su come organizzare questa o quella proiezione.

Mario, il marito di Meris e protagonista del film, era accanto a me. “Forse avrei dovuto raccontare di quando Govi mi ha detto che dovevo lasciare andare la Meris, che lei era stanca e se continuava a lottare era perché io l’avevo minacciata di lasciarla, se non lo avesse fatto”. Aveva la stanchezza scolpita in viso. Le sue figlie dicono che dopo le proiezioni rimane “scentrato” per qualche giorno. E’ come se la Meris fosse ancora lì, come se potesse sentire il suo profumo, invece la Meris non c’è. “Se solo fossimo ricorsi alle cure palliative prima! Ne avevamo l’opportunità 3 mesi prima, ma avevo paura che lei la prendesse male. Invece, forse, avrebbe fatto le vacanze in Liguria senza quelle nausee e quei dolori. Quando ha conosciuto Govi, l’ha guardato negli occhi e gli ha chiesto: Dottore lei riesce a non farmi morire come una larva?”.

In tanti si saranno chiesti: perché un film al Parlamento e non solo al cinema?!

Perchè i medici come Govi possano mantenere le promesse fatte ai loro pazienti di un fine-vita dignitoso. In Parlamento, si fanno le leggi, e ora che la Commissione Affari Sociali sta per scriverne una di cui abbiamo un bisogno urgentissimo, quella sul fine-vita, il film mi sembrava il modo meno ideologico per mettere legiferanti ed esperti del fine-vita nella stessa stanza, affinché si parlassero, si confrontassero, si scambiassero i biglietti da visita e per contribuire ad accelerare la scrittura di una norma che può consacrare il nostro diritto di essere liberi fino all’ultimo respiro, proteggere la nostra dignità e ridurre il dolore.

Non ho dubbi che queste persone si stiano già parlando; infatti, durante la proiezione c’erano delle audizioni, in Commissione. Tuttavia, mi piaceva l’idea di riuscire, per un istante, a mettere tutti sullo stesso piano, grazie all’emozione del cinema e al duro “bagno di realtà” cui costringe il film, come ha sottolineato uno dei parlamentari presenti.

Senza una legge sul fine-vita, come si possono mantenere le promesse ai pazienti?! Come si può interrompere una procedura invasiva, ormai espressione di accanimento?!

Durante il suo intervento, se lo è chiesto anche Annamaria Marzi, la direttrice dell’hospice Casa Madonna dell’Uliveto di Montericco. Lei ha detto bene “…ci sono trattamenti che non sono altro che accanimento clinico. Clinico, non terapeutico. Cosa c’è di terapeutico nella somministrazione di cure invasive rivolte contro la malattia, quando la malattia è inguaribile e in fase avanzatissima?!”.

Quello è il momento di prendersi cura della persona, perché la persona è sempre curabile, e non solo nel corpo.

In treno, Mario continuava a parlarmi della “sua sposa”, mentre mio padre, di fronte a me, leggeva un Tuttosport abbandonato da un viaggiatore. Quei due uomini non potrebbero essere più diversi di così, mi dicevo. Invece, appoggiato il giornale sul tavolino, Mario lo prese tra le mani, per sfogliarlo, e si mise a discutere con mio padre dell’andamento del campionato.

Mi sembravano entrambi piuttosto competenti, sicuramente alleggeriti, grazie a quella chiacchiera, delle emozioni della giornata. Di fronte a me si parlava di calcio, di fianco a me sentivo ridere, qualcuno dormiva e finalmente mi godevo la sana spensieratezza del mio …“gruppo vacanze”, perchè non trovavo un altro modo per definire quel gruppetto di persone eterogenee in tutto, che mi aveva accompagnato a Roma.

Non mi capita mai di andare ad una “prima” con qualcuno che non sia un “collega”. A Roma sono saltate le liturgie e la misura, nessuno parlava di film o di produzioni o di strategie, e tutti erano preoccupati che non mi godessi quella giornata per un’eccessiva tensione.

Sorridevo, pensando al “gruppo vacanze” che non riusciva a districarsi davanti alla cartina della metropolitana; alla camicia bianca di mio padre, che è sopravvissuta agli spaghetti all’amatriciana, ma poi ha ceduto sotto i colpi di un gelato, fortunatamente ton sur ton; all’Alle “Tom Tom” che usava il telefono come un rabdomante usa la sua bacchetta, per poi arrendersi e chiedere a un vigile la retta via per il ristorante, oggetto del nostro desiderio; al ristorante consigliato da un fedele amico che, dopo un’ora di cammino e di ricerche, ci accoglie con le porte serrate perchè il lunedì è giorno di chiusura; alla Barbara e alle sue scarpette da ginnastica anti-attacco-terroristico; a loro, rumorosissimi e inebriati dai vini dei Castelli Romani, che prima della proiezione hanno fatto la gita nelle stanze del Parlamento, e a mio padre che è rimasto molto colpito dal Transatlantico e ha imparato a memoria la lezione del messo parlamentare che gliel’ha illustrata; a quel messo che me li ha restituiti, rassicurandomi che si erano comportati tutti bene; a Mario che, in cammino verso la stazione, dice in confidenza, ad una mia cara amica parlamentare, che oggi quelle che loro scrivono non sono leggi, ma indicazioni, e a lei che gli dà ragione e ne discute con lui i motivi.

Alla fine di tutto, ho pensato che nessuno di noi lo avrebbe mai detto, all’inizio, che quel dolore così devastante si sarebbe trasformato in un’energia che costruisce. Come dice Mario: ”E’ la vita!”.

E io ringrazio il “gruppo vacanze” e tutti quelli che sono venuti da tutta Italia, a Roma, il 4 aprile, a celebrare la vita con noi.

Appena mi arriverà la registrazione degli interventi, li metterò sul sito, perché, se posso essere sincera, lunedì ero talmente nel pallone che i ricordi mi arrivano a sprazzi come nemmeno nelle Confessioni di Dutch Schultz.

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