Vi è mai capitato di guardare un film strappalacrime?

“Claudia, ciao, sono Angela, un’infermiera di Carpi, mi ha dato il tuo numero un’amica comune. Sono venuta a Roma a vedere The Perfect Circle con mio figlio e ci piacerebbe molto poterti incontrare. Lui vorrebbe fare due chiacchiere con te. Il film gli è piaciuto moltissimo e ci ha scritto sopra un articolo per il giornale della scuola, ti va di leggerlo?”.

Se mi va?! Accidenti, sì!

Simone è un ragazzo di 19 anni, timido, ma per niente schivo. Ordina una coca-cola. Il cameriere chiede se la vuole “zero”, cosa che trovo buffa, visto che è magro come un chiodo. Lui non se ne accorge, ma siamo vestiti uguali, maglietta bianca e jeans neri, io con lo scollo a V e lui girocollo. Anche la sua mi sembra di jersey di lino. Simone ha il pizzetto, due occhi che brillano e rivelano un profondo mondo interiore. Sorride.

Basta un niente e ci troviamo a parlare di dislessia, discalculia e vari disturbi dell’apprendimento, visto che qualcuno di questi lo ha fatto tribolare all’inizio delle superiori. Gli confesso che qualcosa devo averlo avuto pure io, perchè dovevo sempre studiare il triplo dei miei compagni, per raggiungere gli stessi risultati; ma lo conforto che, alla lunga, questo si è tramutato in un grande vantaggio, soprattutto all’università, ma anche nel lavoro, perché non ho mai la sensazione che ci siano traguardi irraggiungibili. Si tratta sempre e solo di metodo, pazienza e determinazione. Probabilmente studierà psicologia. Presumo che in molti gliene saranno grati.

Sua mamma mi allunga due fogli con l’articolo di Simone e io mi sento lusingatissima. Lui non sapeva nulla degli hospice e non ha mai vissuto la malattia così da vicino, per sua fortuna.

“Vi è mai successo di guardare un film strappalacrime?

Uno di quelli che ti fa sentire caldo dietro gli occhi e poi, pian piano, su tutta la faccia, fino a sentirti bagnare le guance mentre la vista si annebbia?

Uno di questi film è “The Perfect Cirlce” (…) che tratta di un argomento molto delicato: gli hospice. Un hospice (ospizio in inglese) è una struttura ospedaliera con infermieri, dottori e specialisti, come psicologi e fisioterapisti, che si occupa di ospitare e supportare pazienti terminali. A differenza degli ospedali, i pazienti hanno molte più libertà e possono vedere i propri parenti quando vogliono perché possono vivere nella struttura assieme ai parenti ricoverati.

Un’altra differenza consiste nelle cure somministrate: negli ospedali i medici curano i pazienti per cercare di farli guarire o per allungare loro la vita: queste però possono portare  anche molta sofferenza, molte malattie infatti non sono curabili e portano con sé dolore: non sempre vivere a lungo significa vivere bene.
Negli hospice, invece, i pazienti sono sottoposti a cure palliative, termine che deriva da pallium, il mantello che copriva i soldati romani e li proteggeva dalle intemperie. Queste sono cure che non allungano e non possono salvare la vita ai pazienti (per questo sono usate solo in caso il paziente non possa essere salvato in alcun modo), ma possono alleviare il dolore nei loro ultimi giorni di vita.

Le cure palliative non sono assolutamente da confondere con l’eutanasia, pratica totalmente differente e vietata in Italia.
“The Perfect Circle” parla di alcuni pazienti ricoverati nell’hospice di Reggio Emilia, “Casa Madonna Dell’Uliveto”: i protagonisti non sono attori, ma veri pazienti. La prima del film è stata proiettata nella camera dei deputati a Roma: io ero presente grazie a mia madre Angela Righi, caposala del reparto di oncologia di Carpi; erano presenti anche molti dottori e infermieri di diversi ospedali da tutta Italia e politici di due diversi partiti politici, a dimostrare che quando si parla di sanità non importa la politica ma solo l’umanità.

I protagonisti del docufilm erano due signori anziani, malati terminali che spesso, nonostante la costante tristezza che aleggiava per la stanza, erano soliti fare battute e tentare di vivere come prima della malattia.

Uno dei pazienti, nonostante il suo comportamento spesso ostile nei confronti della terapista e della regista, era solito fare battute, che alleggerivano la tristezza onnipresente, ed era sempre pronto a parlare, a volte in modo scontroso, a volte simpatico.

L’altra paziente, invece, era una signora affiancata dal marito, presente anche alla Camera alla prima del film: anche lei a volte riusciva a essere radiosa e a non pensare alla sua malattia.

Dal docufilm era possibile percepire la paura di queste persone, tanto vive, tanto vissute, con anni di vita serena alle spalle e una costante rabbia verso la malattia, che pian piano rubava loro la vita.

Il finale non è allegro, un finale che ci si rifiuta di accettare, ma che non si può cambiare. La morte dei due pazienti viene annunciata dopo un vecchissimo video in formato Super8 del matrimonio della seconda paziente con il marito, che al termine della visione appare in lacrime, distrutto come se qualcuno gli avesse appena portato via la sua ragione di vita. Una storia massacrante che nessuno vorrebbe vivere ma che non si può evitare.

E se la malattia terminale è straziante quando si tratta di persone anziane che hanno vissuto una vita piena, bisognerebbe soffermarsi a pensare che purtroppo questa stessa sorte può capitare anche adei bambini.
Al termine del film, dopo un applauso generale, tutti i presenti si sono trovati d’accordo sull’utilità umanitaria degli hospice, sul fatto che vivere a lungo non significa vivere bene e su quanto sia importante restare sempre a fianco di chi amiamo in qualunque situazione.

E per chiudere, una citazione della regista:

“Polvere alla polvere, acqua all’acqua. Il corpo di un neonato è per l’85% di acqua. Invecchiando, ne perdiamo fino ad arrivare al 50%, in altre parole le persone, crescendo, perdono acqua. E io mi chiedo: chi c’è in questa pioggia leggera?”

 

(Pubblicato Giovedì, 19 Maggio 2016 09:06 , sul giornalino “ il Merlino” , IPSIA Vallauri di Carpi  (MO), Scritto da Losi Simone, corretto dalla prof.Emanuela Croci)

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