Dottore, cosa dicono gli esami?

“Mio padre aveva un tumore in fase avanzatissima e aveva appena fatto dei nuovi esami”, iniziò a raccontare l’oncologo alla platea del convegno, “ma non voleva che fossi io a leggerglieli, così come non aveva mai voluto che fossi il suo oncologo. Tutto quello che ottenni fu di sedere sullo sfondo, mentre lui e il suo medico di base, una ragazza giovanissima, avrebbero parlato degli esiti degli esami”.

Quel bel signore, che dominava il leggio dal suo metro e novanta abbondante, sembrava ancora più autorevole con quegli occhiali e la barba. La voce, però, tradiva la sua emozione e quando se ne accorgeva, gli usciva un sorriso che lo faceva apparire fragilissimo. Ci stava raccontando del giorno in cui aveva assistito alla migliore comunicazione di cattiva notizia che si potesse immaginare.

Raccontò che ci volle un’eternità prima che la dottoressa aprisse la busta con gli esami. Prima fecero due chiacchiere, da cui lui era stato ovviamente escluso, poi presero il thé, che sua madre portò loro con una fetta di torta. Prima di andarsene, notò con sorpresa il figlio in un angolo: ”Ah, ci sei anche tu! Se vuoi la torta puoi venire di là in cucina, così lasci il papà con la dottoressa”. Evidentemente, suo padre non aveva fatto mistero di non volerlo tra i piedi. L’oncologo preferì non muoversi dalla stanza. Finalmente la dottoressa aprì la busta. Il padre rimase in silenzio per tutto il tempo. Lei appariva calma, lo sguardo sereno, poi guardò il suo paziente negli occhi e sorridendo senza eccesso gli fece un cenno per fargli capire che era pronta.

Lui ruppe il silenzio: “Cosa mi dice dottoressa? Come sono gli esami?”

Lei fece un bel respiro e, senza inombrarsi, gli rispose: ”Non sono come ce li aspettavamo”

“Sono molto brutti?”, chiese il padre.

“Avrebbero potuto essere migliori. La malattia si è estesa oltre le nostre aspettative”.

Il padre dell’oncologo rimase in silenzio, fissava la dottoressa, e dondolava la testa avanti e indietro. Poi, dopo un lungo silenzio, chiese: “Dottoressa, io ho un camper e questa estate pensavo di fare un bel giro dell’Europa con la mia signora. Cosa faccio, lo vendo o lo tengo?”.

Il camper. Lo avevano da una vita e non lo usavano da secoli, pensò l’oncologo. Chiedere del camper era un modo per domandare quanto gli restasse da vivere, pur non avendo il coraggio di farlo esplicitamente.

La dottoressa ci pensò su un po’ e con molta dolcezza gli rispose:

“Il camper che hai nel cortile mi sembra un po’ vecchiotto. Io, se fossi in te, lo venderei, perché qualche soldino, forse puoi ancora farlo. Quando arriverà l’estate, se avrete ancora voglia di fare questo viaggio, potete sempre noleggiarne uno nuovo e dotato di tutti quei comfort che potrebbero farti comodo. Che ne dici?”.

L’oncologo, dal leggio, fece un lungo sospiro e sorrise. Probabilmente aveva raccontato questa storia un centinaio di volte, eppure gli si era rotta la voce in gola. Attese un po’, nel silenzio generale, e disse: “Quella fu una comunicazione di cattiva notizia da manuale. Il “fortunato” paziente, però, era mio padre”.

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